DOCUMENTO DI CONTROANALISI DEL "PATTO PER BERGAMO"
Lo scorso 22 Dicembre 2000 il governo provinciale si è fatto promotore di un patto programmatico con le varie associazioni dell'industria, artigianato, del commercio, le principali confederazioni sindacali dei lavoratori, il comune di Bergamo, la
Compagnia delle Opere, che fa parte del più ampio Piano territoriale, che vedrà la luce nei prossimi mesi: strumento di programmazione della provincia per "lo sviluppo moderno e positivo del territorio provinciale". Si può dire che questo PATTO costituisce l'insieme delle priorità e degli obiettivi di base che i soggetti firmatari concordano per la futura gestione del territorio provinciale, utilizzando come metodo di confronto la concertazione. L'obiettivo dell'accordo è la volontà di "dare risposte al sistema produttivo, economico e sociale, innescando processi per superare l'eccessiva frammentazione istituzionale ed amministrativa, considerando il territorio come un terreno di ampio confronto per il bene comune".Supporto tecnico-politico dell'iniziativa è il rapporto del Servizio Sviluppo Territoriale dell'OCSE, incaricato di monitorare i limiti e le prospettive della nostra realtà territoriale.
Questo fornisce un'immagine della provincia abbastanza deprimente, che ha come solo unico lato positivo quello di essere ricca. Innumerevoli sono le arretratezze: dal punto di vista culturale (individualismo), amministrativo (campanilismo provincialista, mancanza di coordinamento), infrastrutturale (congestione dei trasporti e della mobilità, carenza del trasporto pubblico), nella formazione professionale, orizzonti ristretti della classe politica locale.
Lo scenario nazionale ed internazionale che abbiamo oggi di fronte è quello di una forte accelerazione dei processi concorrenziali nel sistema produttivo con la globalizzazione dei mercati e del metodo di produzione capitalistico che, con l'applicazione dell'informatica alla produzione, sta portando alla ridisegnazione dell'organizzazione del lavoro, alla ridefinizione della divisione del lavoro a livello internazionale, alla ridisegnazione dei territori a seguito delle modifiche dei cicli produttivi conseguenti a forti necessità di aumenti di produttività dei fattori della produzione.
Ciò è causato dal progredire dalla crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale in cui il sistema sociale capitalistico si dibatte ormai dalla metà degli anni '70 e dai tentativi inutili di porvi rimedio. Infatti oggi e non in altro momento, il capitale a Bergamo ha sentito l'esigenza di giungere ad un patto di gestione del territorio; oggi ci vengono a dire che le infrastrutture, la cultura, la formazione professionale, i lavoratori e quant'altro, sono inadeguati per gestire il bene comune! Ma fino ad oggi chi l'ha gestito se non ancora loro, con i risultati che abbiamo sotto i nostri occhi e per cui lorsignori tentano di autoassolversi indicando i responsabili essenzialmente nell'area di coloro che negli anni passati hanno tentato, sviluppando la mobilitazione popolare, di opporsi ai progetti speculativi e di sfruttamento che ci hanno regalato un territorio con questo degrado? L'impegno dei sottoscrittori di questo PATTO è quindi di depotenziare ed eliminare la cosiddetta "cultura del disaccordo" che anche oggi potrebbe essere dietro l'angolo. A questo ruolo saranno forse relegate le strutture sindacali dei lavoratori e l'associazionismo popolare istituzionalizzato.
I grossi capitalisti che investono nel nostro territorio, dopo essersi arricchiti enormemente fino ad oggi facendo scempio del territorio e di chi ci vive e lavora quotidianamente, ignorando la critica situazione sanitaria delle popolazioni, mortificando le spinte culturali che non fossero controllabili dal sistema di potere, operando attivamente per la divisione tra alcune zone d'elite del territorio e zone popolari-ghetto, per lo spopolamento di vaste zone del territorio montano distruggendovi l'economia locale, per la chiusura di numerose attività commerciali familiari nei paesi a seguito dell'introduzione di sempre più numerosi centri commerciali, hanno la necessità oggi di valorizzare le enormi quote di capitale estorte ai lavoratori. Ma per far ciò pongono il ricatto di concepire il territorio come una grande risorsa produttiva, da gestire in termini imprenditoriali: quello che chiamano ormai IL SISTEMA PAESE. L'orizzonte di ogni investimento, di ogni decisione politica deve essere il beneficio per il sistema dell'impresa.
La scelta politica del federalismo è concepita, all'interno del PATTO, come uno stimolo verso la concorrenza interprovinciale, per non far emigrare altrove le imprese presenti sul territorio. Ma quanto ciò sia una pia illusione dei nostri "grandi" amministratori prov.li ce lo stanno a dimostrare le significative crisi aziendali intervenute in questi ultimi tempi in alcune ditte della provincia: la Jacob Delafon di Osio Sopra, la Ceram-Tec di Caravaggio, la Zerowatt di Nese, la Gerosa di Mapello, la Koch-Glitsch di Albano S.Alessandro, la Dow-Rom and Haas di Mozzanica, la Schneider Electric di Stezzano, (per parlare solo di quelle che sono balzate agli onori della cronaca) ecc., che hanno portato ad ingrossare le file dei disoccupati (anche se relativamente ridotte in provincia), dei precari, di coloro che per vivere hanno dovuto accettare di peggiorare le proprie condizioni di lavoro.
Tutte queste ditte hanno trovato migliori condizioni di valorizzazione del proprio capitale nello sfruttamento di lavoratori un po' più lontani che nelle province e regioni adiacenti alla nostra: in Turchia, Egitto, Cina, Argentina, Russia, Romania, Ungheria, Polonia, USA, Messico, India, ecc.! A seguire ciecamente e fiduciosamente i progetti dei capitalisti (anche locali) corriamo il rischio di continuare a vederci peggiorare le condizioni di vita. Da queste poche premesse emerge chiaramente come la bella premessa del PATTO, come volontà di cogestire il bene comune, nasconde in realtà la precisa esigenza delle imprese di aumentare la produttività del territorio a fini di profitto. Non a caso viene auspicata caldamente la sottoscrizione del PATTO anche da parte delle società che hanno aperto agenzie (ormai ampiamente oltre il centinaio in bergamasca) di collocamento di lavoro interinale, ovvero il caporalato istituzionalizzato. Agenzie che stanno sempre più assumendo un ruolo globale nella gestione della manodopera: non più solo il collocamento, ma anche l'analisi e la selezione del lavoratore, la sua formazione, la ricerca dell'abitazione, la mediazione per la fornitura di finanziamenti; insomma tutto ciò che serve per rendere disponibile un lavoratore all'impresa, tutto ciò che serve al lavoratore per fare una vita completa da precario.
Questo processo, come abbiamo visto in questi anni, avviene attraverso l'espulsione massiccia di manodopera dai cicli produttivi a causa dell'aumento di produttività, portando però alla diminuzione di plusvalore estorto a causa della riduzione del numero dei lavoratori, compensandola con nuovi insediamenti produttivi e la modifica dell'organizzazione del lavoro (relativa scomparsa dei magazzini con l'organizzazione del just-in-time), determinando tutti i problemi denunciati di carenza delle infrastrutture viabilistiche, logistiche, professionali e di congestionamento del territorio in generale.
La concertazione viene individuato come metodo capace di valorizzare "il protagonismo dei soggetti coinvolti" (non si parla mai dei soggetti esclusi) e come fattore importante del "consenso sociale e di risoluzione dei problemi", ipotizzando l'utilizzo dei "poteri sostitutivi" in situazioni difficili da districare o dove vi sia presente la temuta pratica della "cultura del disaccordo, ossia l'opposizione sociale. Sostanzialmente la pratica autoritativa dei poteri forti, tutti legati da un patto di reciproco appoggio, pronta ad intervenire forzosamente contro i dissidenti. Ciò sancisce di fatto il passaggio ad una fase autoritaria di gestione del consenso, indebolendo i sottoscrittori del PATTO nei confronti delle popolazioni coinvolte.
La parte del leone, nelle priorità definite nel PATTO, viene svolta dagli investimenti nelle infrastrutture viabilistiche e logistiche, per lo spostamento delle merci e dei cittadini-lavoratori. Tra strade statali, tangenziali, provinciali, superstrade, autostrade, svincoli, raccordi ferroviari, raddoppi, caselli, stazioni, ecc., ad occhio e croce se ne andranno circa 1500 mld. La cosa viene poi accompagnata con il contorno di robusti investimenti immobiliari come zone residenziali, stadio, ospedale cittadino, poli fieristici, ecc., con la variazione di destinazione d'uso, da agricolo a residenziale, di vaste aree di terreni. Il tutto dovrebbe permettere alla lobby del cemento, delle case sfitte e da riempire (siamo a circa 8000 alloggi sfitti e circa 6500 domande di alloggi popolari) di trovare adeguata collocazione ai propri capitali. Se è vero che, nella logica capitalistica, più strade non fanno altro che portare a più traffico ed a più insediamenti produttivi, abbiamo davanti a noi un futuro abbastanza … inquinato!
Per gli interventi infrastrutturali in progetto si ricorrerà anche a finanziamenti privati nella misura che possano poi giustificare la gestione privata di tali infrastrutture, dando origine quindi a grossi spostamenti di capitali pubblici verso le imprese, con il rischio, o per meglio dire la certezza, di offrire il fianco a chi con questo sistema di finanziamento rende possibile il riciclaggio di denaro "sporco".
La grande considerazione in cui il nostro governo provinciale tiene tutto ciò che non è direttamente ed immediatamente sfruttabile dalle imprese secondo i disegni del capitale provinciale, è dimostrata dalla quantità esigua delle righe scritte (o non scritte) presenti sul PATTO in proposito, legittimando quindi ampiamente l'idea che, indipendentemente dalla validità dei progetti, la loro realizzazione non avrà carattere di priorità. Si accenna ad interventi sull'edilizia scolastica, in ambito formativo, lavorativo, sociale, ambientale, culturale, turistico e sportivo. Manca poi del tutto l'adeguamento territoriale alle esigenze scolastiche per l'infanzia (materne ed asili nido).
Si omette una seria analisi ed un intervento su scottanti problemi: l'alto livello di infortuni e morti sul lavoro, l'attacco alla salute dei lavoratori e degli abitanti di una provincia passata da agricola a industriale, con la concentrazione di uno dei più grandi poli chimici d'Europa e che, secondo le indagini epidemiologiche, subisce un tasso di tumori altissimo.
L'aspetto dell'immigrazione è trattato solo dal punto di vista delle necessità di manodopera e della conseguente necessità di un'abitazione, nonostante il tasso di fecondità delle donne bergamasche sia di 1,14 figli ed esponga quindi la realtà locale ad un crescente tasso di immigrazione. Riguardo a ciò l'assessore Bonomo dichiara: "stiamo studiando una partecipazione della Provincia a momenti formativi all'estero per far arrivare a Bergamo persone già formate (ci sono contatti con Senegal, Ghana, Marocco): a questo proposito sarebbe più logico che fosse un ente come la Provincia a gestire i numeri d'ingresso: siamo noi a conoscere le reali necessità occupazionali del territorio". I paesi esteri vengono dunque considerati come allevamenti di intelligenze da sfruttare, bacini di manodopera da cui attingere. Un bell'esempio di collaborazione con quei paesi, che contribuisce certamente al loro continuo impoverimento.
Su questo terreno, nel Patto non trovano spazio adeguate politiche per la rimozione della ricattabilità degli immigrati. Non viene affrontato il problema della casa, dei permessi di soggiorno e della clandestinità, come condizioni vincolanti per un reale inserimento nel tessuto sociale. Questo attivismo programmatorio del governo provinciale si inserisce nella logica dello "sviluppo sostenibile", il quale altro non è che il massimo sfruttamento del territorio secondo i limiti di una sostenibilità che è fatta ad uso e consumo delle esigenze di profitto delle imprese. Come la storia si è premurata di insegnarci, nel sistema capitalistico c'è gran poco a disposizione per le masse popolari. I miglioramenti delle proprie condizioni di vita sono stati frutto di aspre lotte sul campo per legittimare e strappare, agli occhi della borghesia al potere, i propri bisogni; è quindi necessario mantenere alta la vigilanza per essere pronti a rimetterli al centro dello scontro costituendo un coordinamento provinciale delle varie esperienze di mobilitazione che si rendessero necessarie.